Dal 9 al 31 maggio si sarebbe dovuto disputare il Giro d’Italia 2020. Tuttobiciweb lo corre comunque, giorno per giorno, con la forza della memoria. Oggi la nona tappa: Pietro Zoppas ci racconta quella del 1964.
La tappa più lunga: non tanto per i chilometri, 260, ma per i giorni, quattro. “Tutto comincia nel finale della sesta tappa, la Parma-Verona. Mino Bariviera, mio amico, si raccomandò che mi mettessi alla sua ruota: ‘Così, se non vinco io, vinci tu’. Mi incollai. Ma venne Vito Taccone, che nel 1961 e 1962 era stato con me all’Atala, e mi ordinò: ‘Lasciala a me’. Mi ribellai: ‘Eh no, Vito, non sei più il mio capitano’. Lui s’infuriò, prese il mio manubrio e lo girò, io saltai per aria e atterrando mi forai il braccio con la leva del freno, inoltre lo spagnolo Alomar, il nostro leader, cadde e abbandonò. Un disastro. Aperta parentesi - primo Bariviera e nono Taccone – chiusa parentesi. Alla vigilia della nona tappa, la Feltre-Marina di Ravenna, Ottavio Cimarosti, patron della Cite (Costruzioni impedenze trasformatori elettrici) di Santa Margherita ligure, tuonò: ‘Pietro, o domani vinci o ritiro la squadra’. ‘Va bene!’, gli risposi. E che cos’altro potevo rispondere? Risultato: mi impegnai e vinsi”.
Pietro Zoppas (“Una lontana, purtroppo troppo lontana parentela con gli industriali degli elettrodomestici”) veniva da una famiglia di contadini di Conegliano: “Da dilettante ero una freccia, un’ottantina di vittorie in quattro anni. Da professionista, invece, era tutta un’altra musica. Me ne accorsi subito: gregario nella San Pellegrino, al Giro del 1960 la sera che Venturelli conquistò la maglia rosa e lo vidi trangugiare barattoli di sottaceti, pensai che i corridori fossero tutti superuomini. Mi sbagliavo: erano, chi più chi meno, tutti matti. Il giorno dopo Meo aveva una sete inestinguibile, mi fermai per cercare acqua, in una casa mi dettero un fiasco – di quelli impagliati – di vino, Meo se lo bevve tutto, un litro e mezzo, poi ingranò la quinta, era quasi impossibile tenergli la ruota, Bartali esultava, ‘Pietro, hai salvato il Giro’, invece fu una sparata di cinque chilometri e poi il nulla. Quando, ed era ancora quinto nella generale, Meo decise che non avrebbe più pedalato, io fui costretto a fermarmi per aspettarlo, alla radio dell’ammiraglia di Bartali sentii che il gruppo aveva 20 chilometri di vantaggio, a quel punto Bartali ci disse di andare, e andammo, a tutta in salita, alla morte in discesa, io mi salvai per un pelo”.
Fu l’unica vittoria di Zoppas, quella al Giro del 1964. “Avrei potuto vincere già nel 1960, la St.Vincent-Milano. A un traguardo volante li fulminai tutti, compreso André Darrigade campione del mondo, che esclamò ‘ullallà pelegrìn”, perché correvo per la San Pellegrino, da quel momento tutti cominciarono a controllarmi, e quando fuggì Jean Stablinski, gregario di Darrigade, non ci fu uno che mi dette un cambio dopo che lo avevo quasi ripreso. Risultato, all’Idroscalo: primo Stablinski, secondo io, terzo Benedetti, quarto Darrigade, quinto Baffi”.
Zoppas era fatto così: battagliero. “E fin dal pronti-via. La cosa dava fastidio a Ercole Baldini. Un giorno, pronti-via, scattai. Baldini venne a prendermi di persona. ‘Dove vai?’, mi domandò. ‘Al traguardo’, gli risposi. Baldini mi prese a male parole. Su di noi piombò Bartali: ‘Che cosa ti ha detto?’. Gliele ripetei. Mentre Bartali chiamava il giudice, Baldini mi giurò che, se non fossi stato zitto, mi avrebbe fatto smettere di correre. Così, quando il giudice mi interrogò, dichiarai che Baldini non mi aveva detto nulla. Bartali non la digerì: la sera mi fece mangiare in un tavolo da solo, segregato, e il giorno dopo mi fece fare il trasferimento sulla macchina del caffè della carovana, avvilito. E siccome l’autista non sapeva che la partenza della tappa era stata anticipata, partii in ritardo, solo. Il giorno dopo sui giornali c’era scritto che Zoppas era partito in ritardo per colpa della morosa. Era una balla. Ma quando la notizia fu riportata alla mia vera morosa, scoppiò un putiferio”.
Che corse, che storie, che tempi. “D’inverno, con il freddo e la neve, abbandonavo la bici e mangiavo polenta e osei. Ingrassavo a vista d’occhio. Ma mi bastava la Milano-Sanremo per ritrovare un po’ di condizione: 300 chilometri in più nelle gambe e nove chili in meno un po’ dappertutto”.
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